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26 de Octubre, 2007


gladys sica, argentina-italia

Cecità

 

L’uomo attende la benedizione di dio,

la benedizione di dio cade sulla sua vita.

L’uomo non la conosce e non la vede,

la benedizione passa fra le sue mani che tremano.

 

L’uomo attende nella notte infinita,

con una rossa inquietudine, lui spera.

Non apre il corpo del tempo l’uomo,

né espone alle stelle straniere il suo cuore.

 

L’uomo non lo sa, non lo saprà mai.

                                                                                       La benedizione s’allontana, lui sta morendo.

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 15:12, Categoría: poesia
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giovanna mulas (Italia) tratto da: Domo del viento

Uno stralcio da Domo del Viento ( cartas de amor all’ essenza di rosa )

 

…Sulle Case del Vento,

sui greti d’estate

“Cara Anna

 

nei greti d’estate quante volte ti chiamai “cara”, ricordi? No, non puoi ricordare; eri ancora troppo piccola, bambina e non ancora rosa e farfalla assieme, per riuscire a carpire nel modo in cui io volevo il significato di quel “cara”…ricordi il campo dei girasoli languidielianti negli avanzi di cortile, stesi oltre il ciglione,

ricordi.

Campo prolisso e dilatato tanto che lo sguardo sopra smarriva e la memoria alla mente raccoglieva, affondava nella terra e deviava, correva oltre lo spazio, sentiero agreste risaliva, nascondeva, distraeva, balenava e ancora sudava ansante, gemeva per i sassi e i fusti verdi –fuochi di sant’Elmo- alti tanto da potercisi celare dietro (e quante volte l’hai fatto?) quel campo che amai nello stesso modo in cui tuo nonno mi amò, ed io lui, con quella libertà e impeto da non uscirne incolumi e purezza che non conosce confini e dei confini ceruli non ha paura, quell’esplodere e vivere la vita come i girasoli, voltarsi finalmente alla luce proprio quando pare che più non sia…quel vasto pelagosmeraldo, laguna ed estuario dove il corpo e l’occhio compresero, nello spazio di una notte, che occhio e corpo sono identica essenza, stesso sentire e ribaltare, vibrare ad ogni nuvola…nello spazio dove il tempo stesso si fermava, si inchinava ad un uomo ed una donna…dicevo che era magia, e doveva esserlo, si cara, lo era.

Non era possibile altrimenti, non così, non così…così pelle e corpo e sangue e mente y alma y vida; todo…todo el mundo en nuestro abrazo. Ed i girasoli –corazones- guardavano, le zolle sentivano, i cieli palpitavano e scalpitavano y la casa, terrena battigia, sa domo nostra… Casa del Vento, avevo voluto chiamarla, Solo Casa, senza chiuderla con un “la” che l’avrebbe imprigionata, increspata, molestata; Domo del Viento doveva rappresentare il mondo, tutto lì, in noi e per noi, cara…

Una volta mi domandasti di augurarti qualcosa.

Voglio augurarti di camminare a lungo e perderti, prima che in te stessa in ciò che è l’oltre, fuori di noi.

E comprendere finalmente che, alla fine, è bello tornare lì, in quel punto sperduto che ti ha vista nascere, avendo nel cuore e la mente quello che cercavi e che, forse, era stato sempre dentro te.

Dovevi semplicemente, a cammino avvenuto, scoperchiarne lo scrigno.

Per palpare ancora quelle giornate modulate, ad ogni ora, lì dove ogni ora era associata ad un odore, scandita. L’alba aveva l’odore delle cinque, dei fico d’India con la polpa zuccherina e leggera, gli spini fini e morbidi, toccabili finalmente ché plagiati dalla rugiada dove il sole s’affacciava, si svegliava e saliva lento, forte. Il mattino aveva l’odore delle sette, lì tra colli e colline in verde, la ferrovia che scorreva scivolando tra i tetti urgenti, le vecchine vestite di nero e strette a scialli e fazzoletti, dirette alla prima messa. Era l’odore del caffè o del mate nostro, amor mio, dei ricordi, l’odore del pane distribuito  nella bottega all’angolo, ancora caldo di forno, l’odore delle paste che Roberto Locci ci regalava, in una bustina sei erano, una a testa, l’odore dell’erba toccata dal vento. Il mezzodì l’odore dei forni accesi da anguli ‘e cibudda e pistoccu teneva, e del sole alto d’estate, le nuvole ammassate e grigie d’inverno, quando la pioggia coglieva i bambini ad ogni uscita di scuola.

E l’odore dei sughi alla carne macinata e alloro, dei camini crepitanti.

Le tre portavano l’odore dei silenzi ed i riposi di corpi e menti, le acque del fiume scarno nostro col luccichìo di Janas, salti allegri di Maschinganna in mezzo ai sassi, ai fili lunghi, sparpagliati, di Lacrime della Madonna. E le sette l’odore, il sentore dell’ultima campana tenevano, la tenevano stretta come che, perché l’ultima di quella giornata, rappresentasse l’ultima di una vita stessa. E l’odore della minestrina di merca e dado di thia Assunta, l’odore delle rondini che cominciavano a stridere volando basse, in cerchio, grandi e piccole, a sfiorare con le ali i balconi d’intorno, e risalire.

E dopo, solo dopo, l’odore della notte c’era, a riempire l’aria dei cristiani, la fine del giorno e del suo sole, un attimo, un istante sarebbe stato, un respiro, perché poi, subito, la rugiada avrebbe ripreso a respirare sulle spine dolci dei fico d’India, su thia Teresina Pintori e i suoi sogni di strega bianca.

Tutte le comari della parte bassa del paese, la consultavano. Era una specie di maga per tutte, lei e i suoi sogni, lei che coi sogni, spesso, riusciva a ricucire il passato, ad interpretare, forse, il futuro.

Una notte dicevano che avesse sognato il figlio della sua comare, thia Jubanna, un povero Cristo senza arte né parte, muto e sordo dalla nascita. Sognato l’aveva. E nel sogno gli dava da bere un liquido rosso. Dunque, un mattino che di vena generosa si sentiva, seppure in ansia crescente; thia Teresina aveva fatto convocare in casa sua da Mariuccia, la figliola minore, proprio thia Jubanna.

L’anziana donna s’era affacciata trafelata, al cortile di domo Pintori, che nemmeno quindici minuti passati erano; ad accoglierla quattro galline, l’abbaiare di un cane ed il fruscìo di un gatto fulvo, urla giocose di bambini magri quanto un fusto di sughero che barricava l’aia, e storto era, quel fusto; storto e secco come dita di zingaro innaturalmente flesse, inanellate, maledette e vogliose di vita altrui, vecchie. Ma non per questo era meno potente, quercus suber virile, fecondo sui salici ersi, sparpagliati e vivi qualche metro più avanti, giù del ciglio della mulattiera che dava al fiume de Zinnantoni Maccu. E oltre, oltre lo sguardo mio e tuo, la costellazione di tetti che sospesa come nave pareva ogni notte, due paesotti appiccicati l’uno all’altro, talmente vicini che da quella distanza pareva bastare l’allungare di una mano per collegarne cime e comignoli, le nuvole madri che passavano, scivolavano prima su uno, poi sull’altro, poi sul primo ancora, chè non divenisse figlio geloso e ingrato.

Quindi thia Jubanna Loche entrò in domo Pintori curiosa quanto una di quelle galline che le sparnazzavano dinanzi ai piedi, e i pulcini appresso.

-Cumare Terè…?-

-Oh, cumà…beni, beni aintru, in sa cosina.*-.

La facciotta grassa e rossa di manzana matura di Jubanna s’affacciò goffa all’ingresso della cucina arredata da un lungo tavolo e tante, troppe sedie attorno a questo, a riempire ogni angolo spoglio della camera.

Tutta la parete sinistra, azzurro scheggiato, era ricoperta da mensole sovrapposte, di legno di ciliegio e, a pendere dai chiodi, pentole e forme da crema in rame, mestoli, taglieri.

-Oh, cumarè…comente istas?-

-eeeh, aicci, Jubannedda mea. Sezzedi, toca*-.

La comare raccolse una sedia  –una decina ne contava,  di diversa altezza- sedette in fronte a su foxile, di fianco alla maga.

Il fuoco scoppiettava allegro, arancio-ocra, odoroso di leccio.

-Sai quanto amica ti sono sempre stata, beru Jubannè? Dae su tempu 'e sa santa comunione*-

-ehia, certu-.

-anda bene, tando.

Comente istat Pipirieddu tuo?-

Comare Jubanna ebbe un sussulto grave di madre.

–Eeeh, così sta. La croce nostra è. Mai unu foeddu…mai…che su Segnori lu sarbet, poberu fizu nostru. Però intende totu, eh! Intellighente meda, su pizzinnu. Meschinu.*-.

-Ti devo dire, cumarè…devo dirti una cosa ed è da tanto tempo che te la devo dire, tanto…Pipirieddu quanti anni tiene, adesso?-

-Quarantasei di gennaio bisestile-

-Santa Vergine mea…ascurta, cumarè…e perdona…-. Thia Teresa raccolse la mano tremante  dell’amica, la strinse tra le sue.

-Dimmi tutto-.

-Quello che è stato fatto non è stato fatto per cattiveria o danno.

Io questo sogno l’ho fatto dieci anni fa…riguarda Pipirieddu tuo-

-Che è…predice una disgrazia? Oh Signore mio,  no…non lo voglio sapere Teresì-

E la donnina portò una mano a coprire gli occhi, un’altra l’orecchio sinistro; l’orecchio del diavolo.

-Devi saperlo, e la colpa è la mia che non te l’ho detto subito, quando feci il sogno…ma non posso vivere con questo peso sul cuore…mi pare cattivo-

-S…si.-

-sognai di comare Tittia, te la ricordi Tittia? Quella morta di parto…-

-eeeeh, meschina-. E giù a segnarsi capo e petto con la croce. La maga ripetè il gesto di suo.

-Tittia mi disse (e la vidi come viva! Come viva era, povera cristiana. Con le guance bianche bianche e sos ocros alluttos, l’immaginetta di Santa Rita stretta al petto) testuali parole: “devi comunicare a chi sai tu che Pipirieddu tornerà a parlare.

Sa mamai deve tirare il collo ad una gallina cone le sue stesse mani, in una notte di luna piena, dopo l’ultimo canto del gallo. Poi tagliarle la gola e fargli bere il sangue ancora caldo a Pipirieddu.

Il bambino tornerà a parlare quando in gola gli colerà una vita.”.

Così mi disse in sonno trent’anni fa e così oggi ti ripeto, cumarè-.

Jubanna fissava la comare con occhi fuori dalle orbite,immersa in un pallore mortale.

Non riuscì ad articolare parola. Balbettò qualcosa (alla maga parve un –Oh! Vergine Santissima mia e tutti i Santiincoroeinparadiso- ma non ne fu sicura), provò a pronunziar verbo ma rinunziò. Poi le palpebre ebbero un tremito, il colore rifluì sulle guancie.

L’anziana donna cedette ad un pianto isterico, liberatorio.

-Oh, cumarè, cumarè-, fece la maga, -…fiza mea ‘e su coro…te lo dovevo dire…non te lo dissi prima per non farti paura e perché non ero sicura…ma tutta la mia vita, tutti i miei sogni che si sono avverati…te lo dovevo dire…-

-gratzias Teresì…grazie! Che il Signore stabilisca che è vero! Che basta il sangue di gallina per…-

E giù un’altra cascata di singhiozzi isterici.

-Ohi Pipirieddu…Pipirieddu meuuuu!!!!-.

E Pipirieddu, a quarantasei anni suonati, tornò miracolosamente a parlare. Che sia successo perché doveva succedere, che sia successo perché la madre ne era convinta o perchè tanto fu lo schifo di bere l’intruglio che sapete da procurarsi un vero choc alfabetico, insomma…accadde.

E qui te lo dico, e qui te lo nego.

Ti canterò del lupo e la sua forza: ti canterò di un uomo, ora che quell’uomo è in me, ma troppo lontano perché la mia mano stanca arrivi a toccarlo. 

Ti parlerò de fogu et dulcheza: ti parlerò di una donna aquila, oltre melograni e i carrubi, ora che quella donna è qui, eppure è già lontana, oltre

 

... una casa de paredes de mezcla

de jazmín y tierra nueva y rumores de mar.

En los cuartos que dan a cada aurora

o desde la altura del tejado hacia el poniente

las bandadas izan sus banderas

de plata hacia los bordes

del tiempo que no muere.

Será la casa, tal vez, donde los calendarios

llegan a descansar de sus rutinas.

La Casa del Viento donde cierta rosa

mágica

imanta los sueños

y los posa como besos de luna en las ventanas.

Tu llegues quizá y conmigo

y vayas a quedarte hasta más allá del vino

o de cualquier libro.

Vayas a hacer realidad lo necesario.

Subas a la mesa a bailar la risa

o dejes que se caiga

como una tristeza olvidada

tu vestido de oda al mar amanecido.

Yo dispongo el corazón, sus copas,

la sangre para el rito

de tanto infinito a mano.

Una vez más

como si quisieran con fina navaja

grabar en la noche su bandera

mi nombre y el tuyo,

niños fugaces que salen de lo oscuro.

La risa laboriosa ocupará la tierra

y tan nosotros

como la gota de sueño que nos llama

haremos de la cima de la tarde una campana

para despertar los sueños.

 

Gianna

 

(Copyright by Giovanna Mulas – 2007 )

 

“1958. Tre generazioni di donne tra l’ Italia dell’ emigrazione e l’ Argentina.

Passione, dolore e, su tutto, l’ amore senza fine di Miguel, giornalista ribelle latinoamericano e Gianna, prostituta sarda.”

Prenotazioni e ordinazioni: www.serviziculturali.org

 

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 15:07, Categoría: lecturas
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floriano martins, brasil

ARQUIVO SUSPENSO

Rimos de tantas noites abertas em vértebras,

as luzes desafinadas ou cegas do sexo,

em algumas um jeito estranho de fazer silêncio.

Uma delas distraía cinzas com suas reservas de fogo.

Limites encobertos em suas formas abaixo do nível

de tantos anúncios e sombras. A cabeça do sol

nas mãos de teu demiurgo insondável: bem aqui,

onde passarei a vida inteira a teu lado. Guarda

a tua última palavra. Não há sacrifício comum.

Compartilha comigo apenas o sabor que trazes

de outras bocas: secreto vagido de espelhos.

Percebe o tumulto a dormir, decifra seus sonhos,

bem aqui: onde o precipício é tua única verdade.

Silêncio, meu amor, goza bem dentro do meu olhar.

 

ARCHIVO SUSPENDIDO

Reímos de tantas noches abiertas en vértebras,
las luces desafinadas o ciegas del sexo,
en algunas un modo extraño de hacer silencio.
Una de ellas distraía cenizas con sus reservas de fuego.
Límites encubiertos en sus formas debajo del nivel
de tantos anuncios y sombras. La cabeza del sol
en las manos de tu demiurgo insondable: justo aquí,
donde pasaré la vida entera a tu lado. Guarda
tu última palabra. No hay sacrificio común.
Comparte conmigo apenas el sabor que traes
de otras bocas. secreto vagido de espejos.
percibe el tumulto al dormir, descifra sus sueños
justo aquí: donde el precipio es tu única verdad.
Silencio, mi amor: goza bien adentro de mi mirar.
traducción: jorge ariel madrazo

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:57, Categoría: poesia
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adriano corrales, costa rica

SOBRE LOS ESPACIOS SOCIOCULTURALES Y
LA RESISTENCIA POSIBLE
(A manera de manifiesto desde el espacio
“Miércoles de Poesía” de Casa Cultural Amón, ITCR)
Adriano Corrales Arias*
Vivimos una coyuntura especial. Costa Rica acaba de ser sobornada e inducida hacia la plenitud colonial del imperio. Lo que se avecina reformulará toda nuestra historia reciente y nos vinculará a una noción de país que la mayoría nunca deseamos. Pero la resistencia es posible. Y para ello, desde la amplitud de la cultura y del arte, específicamente de la literatura, lo primero que nos corresponde es generar espacios que nos permitan vehiculizarla. Espacios socioculturales y artísticos solidarios, generosos, amplios, imaginativos, tolerantes, pero de resistencia; es decir, sin medias tintas y sin dobles intenciones.
Porque los espacios existen si se los crea. Una vez que existen solamente pueden crecer o ceder paso a otros. Los crean las personas, los grupos. Y cambian con ellas y ellos, adoptan sus ritmos y costumbres, sus particularidades. Nuestro tiempo es restringido y está moldeado por exigencias ineludibles. (Hablo en un plural necesario, pues son muchas voces las que han expresado, de diversas maneras y desde variados puntos, lo que ahora escribo). No queremos, por lo tanto, derrocharlo en insignificancias, sino emplearlo en la práctica de una actitud crítica respecto de los grupos - y sus correlativos sitios - de signo opuesto al nuestro.
Y al hacerlo, trataremos de aglutinar a quienes son como nosotros para crear otro espacio (el mío, nuestro) desde el cual resistir a los intelectuales cooptados por el sistema hegemónico (como cierto pianista metido a escritor), más preocupados por los vernissages y las fotografías de primera plana, las páginas sociales de la revista de moda, o los puestos en embajadas y otras instituciones, que por oponerse al TLC o al genocidio en Palestina, Afganistán e Irak. O a los que negando, insultando y rezongando, buscan protagonismo para acceder a los mercados que hasta ahora les han sido vedados.
            Debemos abrir brecha, buscar nuevos caminos, aunque nos equivoquemos al buscarlos. Si hay que extraviarse lo haremos mientras damos con quienes creen que vale la pena luchar por una sociedad en la que no se criminalice la pobreza ni la protesta social, donde no se esclavice a una mayoría en beneficio de unos cuantos. Una sociedad que incluya y cuyo primer elemento no sea el descarte de lo diferente. Una sociedad en la que los repudiados sean los políticos corruptos, los millonarios enriquecidos con la explotación de quienes no se pueden defender (porque no saben que tienen derechos) y no los niños, las mujeres o los ancianos, es decir, las personas excluidas, las desechadas, las de la calle. Porque con García Monge, Vicente Sáenz, Mario Sancho, Carmen Lyra, Omar Dengo, “Billo” Zeledón, Calufa, “Joaco” Gutiérrez, Fabián Dobles, Isaac Felipe Azofeifa, Jorge Debravo, Virginia Grütter, Luis Ferrero y muchos otros intelectuales, escritores y artistas costarricenses y de otras nacionalidades, también (como en el tango) nos duele el dolor de los demás.
            Pretendemos la parte que nos incumbe para la creación de vías, puentes, empalmes, entre regiones tan lejanas como San Pedro de Montes de Oca, Puerto Jiménez. Telire y Upala. O entre San José, Bombay, Nairobi y Managua. E ir hacia el encuentro con nuestros pares, porque somos un animal social. Y porque hay sociedades y “sociedades” creemos en un intelectual resistente y enfrentado con el poder hegemónico. Creemos en Espartaco, Pablo Presbere, Juanito Mora, Pancha Carrasco, Mahatma Gandhi, Patricio Lumumba y José Martí. No anhelamos el círculo cerrado ni la especialización absurda, sino al intelectual y al escritor en la calle, junto a todos los demás, reclamando un mundo más justo, mejor.
            No aspiramos a ser masivos, sino populares y por siempre autónomos, independientes, habitantes de la acera de enfrente contra el abuso del poder y la dominación. Por siempre opuestos a la cultura del consumo. Y si es cierto que cada vez se lee menos, queremos encontrar a esos pocos y agruparnos con ellos para resistir los poderosos embates de la frivolidad y la estulticia. Y enseñarles a los demás a leer la realidad para transformarla.
Basta ya de ceder. Queremos nuestro espacio y lo defenderemos ampliándolo: será nuestro por inserción y diálogo, por virtud de la constancia, por potestad del trabajo.
(Quienes estén de acuerdo pueden firmar en vez del autor).
*Escritor
envio vilma vargas

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:54, Categoría: lecturas
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libro de Ana Arzoumanian

Mía, (Alción, 2004)

Mía, de Ana Arzoumanian, puede leerse como un poema dramático en prosa, un relato de cámara a dos voces o bien como la narración de una devastación. En cualquier caso, los monólogos que componen el libro -dos a cargo de una madre; otros dos en la voz del hijo- interpretan la intemperancia de un diálogo que se vuelve imposible a fuerza de expresar, su propia ruina. De allí que el uso del posesivo sea un campo de disputa. Es decir, la enunciación de ese "mía" tanto vale para la madre, que reclama para sí el cuerpo que le pertenece (yo soy mía) y que aparece amenazado por el orden familiar, como para el hijo, que hace de la misma enunciación una certeza, una llamada, un ruego. Si en el imaginario colectivo el sitio de la madre es el de la ofrenda, el texto cuestiona radicalmente ese lugar hasta negarlo, y hace del vínculo primario un territorio de desposeídos.

En tanto que explora las posibilidades de la acción dramática a través de la voz, la escritura de Arzoumanian construye un pequeño teatro de la crueldad, donde se representan escenas breves, escorzos de una doble vida dañada. Pero lo hace sin atender a la lógica narrativa, antes sigue el impulso de la imagen (de la palabra) que se basta a sí misma: "Tu sed. Tan tragón que quisieras roer, chupar hasta secar las mangas vacías de mi saco de lana", anota cuando es el alimento lo que la madre niega al niño.

Mía consuma una escritura extasiada, donde lo amoroso le abre paso a una erótica perturbadora, como si las palabras naturales que debieran salir del campo materno fueran reemplazadas por una lengua que bebió en las fuentes del surrealismo en versión Artaud o en la imaginería de la obra de Bataille. En una época saturada por la idea de los cuerpos, Arzoumanian recurre más de una vez a la imagen de la Virgen, sin ironía, sin befa. En ese reconocimiento parece señalar que la historia sagrada todavía tiene algo para decirnos, como si adhiriera a aquello que Apollinaire escribió hace ya muchos años: 'sólo la religión sigue siendo completamente actual'."

Sandro Barrella, La Nación

envio DL Prensa Cultural

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:53, Categoría: lecturas
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libro de Susan Gubar

Lo largo y lo corto del verso Holocausto, Susan Gubar

Traducción y prólogo: Ana Arzoumanian

(Alción, 2007)

Susan Gubar nombra a la poesía, a los poetas y a los versos Holocausto, con mayúscula. Aludiendo así, no sólo a la sustantivación de una cualidad, sino también dando la ideo de lo Holocausto como gentilicio; nombre o adjetivo que expresa naturaleza o nacionalidad; tal como se escribe en mayúsculas en el idioma inglés para referirse a gente de una nación. Posición crítica que hace del lenguaje arrasado de la Shoá, una patria."

Texto de contratapa por A.A

envio DL Prensa Cultural

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:50, Categoría: lecturas
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Ana Arzoumanian, Argentina

Nació en Buenos Aires, en 1962. De formación, abogada. Se desempeñó como profesora de Filosofía del Derecho en la Universidad del Salvador (Facultad de Ciencias Jurídicas de Buenos Aires, 1988- 2001).

En el campo literario, publicó los libros de poesía: Labios (GEL, 1993); Debajo de la piedra (GEL, 1998); El ahogadero (tsé- tsé, 2002); Mía (Alción Editora, 2004);  la novela La mujer de ellos (GEL, 2001) y el relato La granada  (tsé- tsé, 2003). En el marco del II Encuentro sobre Genocidio en Buenos Aires publicó el ensayo "Más acá de los derechos humanos"  (Los derechos humanos y la vida histórica, actas; 2000). Publicó en Irlanda una antología de poesía argentina, en coautoría con Liliana Heer (Poetry Ireland Review, 2002).

En este momento prepara su proyecto de tesis de doctorado en Letras en la Universidad de Buenos Aires (Facultad de Filosofía y Letras) sobre Holocausto y poesía en literatura comparada,  para lo cual ha presentado los siguientes ensayos; "Definición de ley en el movimiento codificatorio de las pasiones", "La ley que somete a la heroína, o la resistencia de Antígona" y "Aporía de Caín, el signo paradójico de lo inefable en la poesía de Nelly Sachs". Tiene en trabajo un ensayo sobre lo diaspórico en la poesía de Aimé Césaire.

Alción editó su libro Juana I (2006), sobre Juana la loca, reina de España; poema cuya voz recorre el interior de un habla que se violenta contra el imperio y que inspiró el drama teatral La que necesita una boca de Román Caracciolo, que fue representado desde mayo a julio de 2007 en Espacio Ecléctico.

Asimismo, colaboró como crítica literaria y teatral en las revistas Hablar de poesía, La pecera, Apofántica, Teatro al Sur, Paidós Central del libro psicológico. En noviembre de 2007, la revista de fotografía Dulcexnegra publicará un texto de ficción de Ana Arzoumanian (cuyo protagonista toma fotos para encontrar a sus hijas desaparecidas) para acompañar la divulgación de imágenes del genocidio armenio inéditas en la Argentina .

Como traductora, estuvo a cargo de la traducción del francés del libro Sade y la escritura de la orgía: Poder y parodia en “Historia de Juliette” de Lucienne Frappier- Mazur (Ediciones Artes del Sur, 2006) y del inglés del ensayo Lo largo y lo corto del verso Holocausto de Susan Gubar (Alción Editora, 2007).

Su libro, Cuando todo acabe todo acabará, que relata la desaparición de los cuerpos, del trabajo, y la imposible restitución, ha sido seleccionado en 2007 por el Fondo Metropolitano de las Artes (Ministerio de Cultura del Gobierno de la Ciudad de Buenos Aires)  para recibir un subsidio destinado a su edición.

Ha preparado a solicitud de la institución Casa de Letras un curso llamado: “Hacer violencia, el régimen subvertido en el arte” (año 2006), cuyo objetivo fue recorrer diversas instancias artísticas y conjugarlas con el modo que tiene la literatura de abordar la cuestión violenta analizando los circuitos del lenguaje insurrecto, desde la doctrina de la violencia, la pasión violenta hasta el derecho a la violencia.

Por otra parte, realizó un postgrado en psicoanálisis en la Escuela de Orientación Lacaniana de Buenos Aires (2001- 2003) asistiendo a la presentación de enfermos del Hospital Neuropsiquiátrico Borda y del Argerich.

Actualmente, Arzoumanian toma clases de lectura bilingüe de la Torá con la filósofa Diana Sperling y participa de un grupo interdisciplinario sobre calamidades y trauma social, que funciona en el Instituto de Desarrollo Económico y Social (IDES), a cargo del antropólogo Sergio Visacovsky.

Recientemente el Museo del Holocausto de Jerusalén la ha becado para realizar en enero de 2008 el seminario Yad Vashem, cuyo objetivo es la transmisión sobre el Holocausto y que está destinado a docentes que trabajan en tal sentido. En esta misma línea, en noviembre de 2007 Arzoumanian participará del Segundo Encuentro Internacional "Análisis de las prácticas sociales genocidas", que organiza la Universidad Nacional de Tres de Febrero, aportando su mirada sobre "Poesía como forma de resistencia a las prácticas genocidas"  (jueves 22 de noviembre, en el Centro Cultural Borges).

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:49, Categoría: bios
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Ana Arzoumanian , argentina

Juana I, Ana Arzoumanian

(Alción, 2006

(Alción, 2006

"Desde la primera página de este libro de Ana Arzoumanian irrumpen los soliloquios de esta Juana I, Juana la Loca, quien hizo de su locura un reino en el cual profiere palabras que le hablan ¿al encierro, a la soledad, a los propios pensamientos que se van anudando dentro de un orden que paroxísticamente se desordena?

Esta idea es la del orden que es capaz de engendrar a su opuesto, mejor dicho, el desorden que hace aflorar el orden para contaminarlo y metamorfosearlo en una parte más de sus caóticos movimientos. Acaso sea en la precedente observación donde reside la posibilidad de captar la desmesura –frágil y oracular– de la voz de Juana la Loca que Arzoumanian transcribe en su libro.

A la reina que se recluyó días y noches, décadas, en Tordesillas también se la puede llamar con cierta vehemencia quizá ligera pero no injustificada: “la loca de Juana”. O en su defecto, tomando cierta necesaria distancia, se puede, asimismo, decir: “la locura de Juana”. Si la locura es suya, si le pertenece, si pudo fundarla con su cuerpo al primer ademán efectuado sin premeditación, y si afirmarlo de manera tan tajante no resulta temerario es porque las palabras que la enuncian justamente así lo indican.

De eso se trata cuando se lee una textualidad como la de Arzoumanian, cuyos registros inestables, volátiles, sacudidos por repentinos colapsos se reiteran y no logran aquietarse.

(...) Un relato, entonces, despedazado por las inflexiones de esa voz que la locura de Juana moldea a través de múltiples estallidos gramaticales y sintácticos. Todos ellos al borde de sucesivas rupturas de la ilación que persisten una y otra vez hasta llegar al extremo de permanecer inalterables y de ese modo desarrollar una narración bajo dichas condiciones. Seguramente las únicas que, tras descubrirlas, una escritura como la de Arzoumanian se atrevió a elegir."

Antonio Oviedo, La Voz del Interior

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:43, Categoría: lecturas
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II concurso de microcuentos

El Excmo. Ayuntamiento de Caravaca de la Cruz, con la Biblioteca Municipal y la Asociación Cultural de Arte “El Jardinico”,  convocan el SEGUNDO CONCURSO DE MICROCUENTOS con título “LIBROS Y CUADROS”, según las siguientes bases:

 

 

1.      Se establecen dos categorías o modalidades de participación:

 

a.       Personas mayores de 18 años con residencia en la Región de Murcia,.

b.      Personas mayores de 18 años, con independencia del lugar de residencia

 

2.      Los trabajos se presentarán por quintuplicado, en castellano, debiendo ser inéditos y no premiados en otros concursos, aceptando un solo trabajo por autor/a.

 

3.      El sistema de presentación será el de lema y plica (firmando con seudónimo), adjuntando un sobre cerrado en cuyo interior figuren el nombre y apellidos del autor/a, dirección completa, número de documento nacional de identidad o pasaporte, y número de contacto. En el exterior del sobre solo constará el titulo del trabajo.

 

4.      El espacio máximo de los trabajos será de un máximo 200 palabras, con interlineado sencillo, tamaño de letra 12 en “Times New Roman”, y con margen Standard de Word.

 

5.      La temática de los trabajos será libre. No podrán ser presentados trabajos que participaron en el primer concurso.

 

6.      El plazo máximo de presentación de los trabajos será el 12 de noviembre                             de 2007.

 

7.      Los trabajos se podrán presentar tanto en la Biblioteca Pública Municipal (Plaza del Templete s/n-30400), como en la Asociación “El Jardinico” (C/ Canalejas, 8 -30400) de Caravaca de la Cruz (Murcia).

 

8.      Se establece un único premio por categoría:

 

a.      200 € y una obra de arte donada por la asociación El Jardinico

b.   200 € y un lote de libros donado por la Concejalía de Cultura

 

9.      La entrega de premios tendrá lugar en un acto cuya fecha y lugar será anunciado previamente en los medios de comunicación y www.jardinico.org

 

10.  No se mantendrá correspondencia ni se devolverán originales. Los trabajos premiados podrán ser editados por las entidades que convocan dicho concurso, cediendo para ello los autores sus correspondientes derechos. 

 

 

11.  El premio podrá ser declarado desierto, siendo inapelable el fallo del jurado. La participación implica la plena aceptación de estas bases.

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 14:41, Categoría: concursos literarios
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Eduardo Galeano, Ser como ellos y otros artículos, Siglo Veintiuno Editores, México, 1992.

SIGLOS DE PROHIBICIÓN DEL ARCO IRIS EN EL CIELO AMERICANO.-

El Descubrimiento: el 12 de octubre de 1492, América descubrió el capitalismo. Cristóbal Colón, financiado por los reyes de España y los banqueros de Génova, trajo la novedad a las islas del mar Caribe. En su diario del Descubrimiento, el almirante escribió 139 veces la palabra oro y 51 veces la palabra Dios o Nuestro Señor. Él no podía cansar los ojos de ver tanta lindeza en aquellas playas, y el 27 de noviembre profetizó: Tendrá toda la cristiandad negocio en ellas. Y en eso no se equivocó. Colón creyó que Haití era Japón y que Cuba era China, y creyó que los habitantes de China y Japón eran indios de la India; pero en eso no se equivocó.

Al cabo de cinco siglos de negocio de toda la cristiandad, ha sido aniquilada una tercera parte de las selvas americanas, está yerma mucha tierra que fue fértil y más de la mitad de la población come salteado. Los indios, víctimas del más gigantesco despojo de la historia universal, siguen sufriendo la usurpación de los últimos restos de sus tierras, y siguen condenados a la negación de su identidad diferente. Se les sigue prohibiendo vivir a su modo y manera, se les sigue negando el derecho de ser. Al principio, el saqueo y el otrocidio fueron ejecutados en nombre del Dios de los cielos. Ahora se cumplen en nombre del dios del Progreso.

Sin embargo, en esa identidad prohibida y despreciada fulguran todavía algunas claves de otra América posible. América, ciega de racismo, no las ve.

 

***

El 12 de octubre de 1492, Cristóbal Colón escribió en su diario que él quería llevarse algunos indios a España para que aprendan a hablar ("que deprendan fablar"). Cinco siglos después, el 12 de octubre de 1989, en una corte de justicia de los Estados Unidos, un indio mixteco fue considerado retardado mental ("mentally retarded") porque no hablaba correctamente la lengua castellana. Ladislao Pastrana, mexicano de Oaxaca, bracero ilegal en los campos de California, iba a ser encerrado de por vida en un asilo público. Pastrana no se entendía con la intérprete española y el psicólogo diagnosticó un claro déficit intelectual. Finalmente, los antropólogos aclararon la situación: Pastrana se expresaba perfectamente en su lengua, la lengua mixteca, que hablan los indios herederos de una alta cultura que tiene más de dos mil años de antigüedad.

 

***

El Paraguay habla guaraní. Un caso único en la historia universal: la lengua de los indios, lengua de los vencidos, es el idioma nacional unánime. Y sin embargo, la mayoría de los paraguayos opina, según las encuestas, que quienes no entienden español son como animales.

De cada dos peruanos, uno es indio, y la Constitución de Perú dice que el quechua es un idioma tan oficial como el español. La Constitución lo dice, pero la realidad no lo oye. El Perú trata a los indios como África del Sur trata a los negros. El español es el único idioma que se enseña en las escuelas y el único que entienden los jueces y los policías y los funcionarios. (El español no es el único idioma de la televisión, porque la televisión también habla inglés.) Hace cinco años, los funcionarios del Registro Civil de las Personas, en la ciudad de Buenos Aires, se negaron a inscribir el nacimiento de un niño. Los padres, indígenas de la provincia de Jujuy, querían que su hijo se llamara Qori Wamancha, un nombre de su lengua. El Registro argentino no lo aceptó por ser nombre extranjero.

Los indios de las Américas viven exiliados en su propia tierra. El lenguaje no es una señal de identidad, sino una marca de maldición. No los distingue: los delata. Cuando un indio renuncia a su lengua, empieza a civilizarse. ¿Empieza a civilizarse o empieza a suicidarse?

 

***

Cuando yo era niño, en las escuelas del Uruguay nos enseñaban que el país se había salvado del problema indígena gracias a los generales que en el siglo pasado exterminaron a los últimos charrúas.

El problema indígena: los primeros americanos, los verdaderos descubridores de América, son un problema. Y para que el problema deje de ser un problema, es preciso que los indios dejen de ser indios. Borrarlos del mapa o borrarles el alma, aniquilarlos o asimilarlos: el genocidio o el otrocidio.

En diciembre de 1976, el ministro del Interior del Brasil anunció, triunfal, que el problema indígena quedará completamente resuelto al final del siglo veinte: todos los indios estarán, para entonces, debidamente integrados a la sociedad brasileña, y ya no serán indios. El ministro explicó que el organismo oficialmente destinado a su protección (FUNAI, Fundacao Nacional do Indio) se encargará de civilizarlos, o sea: se encargará de desaparecerlos. Las balas, la dinamita, las ofrendas de comida envenenada, la contaminación de los ríos, la devastación de los bosques y la difusión de virus y bacterias desconocidos por los indios, han acompañado la invasión de la Amazonia por las empresas ansiosas de minerales y madera y todo lo demás. Pero la larga y feroz embestida no ha bastado. La domesticación de los indios sobrevivientes, que los rescata de la barbarie, es también un arma imprescindible para despejar de obstáculos el camino de la conquista.

 

***

Matar al indio y salvar al hombre, aconsejaba el piadoso coronel norteamericano Henry Pratt. Y muchos años después, el novelista peruano Mario Vargas Llosa explica que no hay más remedio que modernizar a los indios, aunque haya que sacrificar sus culturas, para salvarlos del hambre y la miseria.

La salvación condena a los indios a trabajar de sol a sol en minas y plantaciones, a cambio de jornales que no alcanzan para comprar una lata de comida para perros. Salvar a los indios también consiste en romper sus refugios comunitarios y arrojarlos a las canteras de mano de obra barata en la violenta intemperie de las ciudades, donde cambian de lengua y de nombre y de vestido y terminan siendo mendigos y borrachos y putas de burdel. O salvar a los indios consiste en ponerles uniforme y mandarlos, fusil al hombro, a matar a otros indios o a morir defendiendo al sistema que los niega. Al fin y al cabo, los indios son buena carne de cañón: de los 25 mil indios norteamericanos enviados a la segunda guerra mundial, murieron 10 mil.

El 16 de diciembre de 1492, Colón lo había anunciado en su diario: los indios sirven para les mandar y les hacer trabajar, sembrar y hacer todo lo que fuere menester y que hagan villas y se enseñen a andar vestidos y a nuestras costumbres. Secuestro de los brazos, robo del alma: para nombrar esta operación, en toda América se usa, desde los tiempos coloniales, el verbo reducir. El indio salvado es el indio reducido. Se reduce hasta desaparecer: vaciado de sí, es un no-indio, y es nadie.

 

***

El shamán de los indios chamacocos, de Paraguay, canta a las estrellas, a las arañas y a la loca Totila, que deambula por los bosques y llora. Y canta lo que le cuenta el Martín pescador:

-No sufras hambre, no sufras sed. Súbete a mis alas y comeremos peces del río y beberemos el viento.

Y canta lo que le cuenta la neblina:

-Vengo a cortar la helada, para que tu pueblo no sufra frío.

Y canta lo que le cuentan los caballos del cielo:

-Ensíllanos y vamos en busca de la lluvia.

Pero los misioneros de una secta evangélica han obligado al chamán a dejar sus plumas y sus sonajas y sus cánticos, por ser cosas del Diablo; y él ya no puede curar las mordeduras de víboras, ni traer la lluvia en tiempos de sequía, ni volar sobre la tierra para cantar lo que ve. En una entrevista con Ticio Escobar, el shamán dice: Dejo de cantar y me enfermo. Mis sueños no saben adónde ir y me atormentan. Estoy viejo, estoy lastimado. Al final, ¿de qué me sirve renegar de lo mío?

El shamán lo dice en 1986. En 1614, el arzobispo de Lima había mandado quemar todas las quenas y demás instrumentos de música de los indios, y había prohibido todas sus danzas y cantos y ceremonias para que el demonio no pueda continuar ejerciendo sus engaños. Y en 1625, el oidor de la Real Audiencia de Guatemala había prohibido las danzas y cantos y ceremonias de los indios, bajo pena de cien azotes, porque en ellas tienen pacto con los demonios.

 

***

Para despojar a los indios de su libertad y de sus bienes, se despoja a los indios de sus símbolos de identidad. Se les prohíbe cantar y danzar y soñar a sus dioses, aunque ellos habían sido por sus dioses cantados y danzados y soñados en el lejano día de la Creación. Desde los frailes y funcionarios del reino colonial, hasta los misioneros de las sectas norteamericanas que hoy proliferan en América Latina, se crucifica a los indios en nombre de Cristo: para salvarlos del infierno, hay que evangelizar a los paganos idólatras. Se usa al Dios de los cristianos como coartada para el saqueo.

El arzobispo Desmond Tutu se refiere al África, pero también vale para América:

-Vinieron. Ellos tenían la Biblia y nosotros teníamos la tierra. Y nos dijeron: "Cierren los ojos y recen". Y cuando abrimos los ojos, ellos tenían la tierra y nosotros teníamos la Biblia.

 

***

Los doctores del Estado moderno, en cambio, prefieren la coartada de la ilustración: para salvarlos de las tinieblas, hay que civilizar a los bárbaros ignorantes. Antes y ahora, el racismo convierte al despojo colonial en un acto de justicia. El colonizado es un sub-hombre, capaz de superstición pero incapaz de religión, capaz de folclore pero incapaz de cultura: el sub-hombre merece trato subhumano, y su escaso valor corresponde al bajo precio de los frutos de su trabajo. El racismo legitima la rapiña colonial y neocolonial, todo a lo largo de los siglos y de los diversos niveles de sus humillaciones sucesivas.

América Latina trata a sus indios como las grandes potencias tratan a América Latina.

 

***

Gabriel René-Moreno fue el más prestigioso historiador boliviano del siglo pasado. Una de las universidades de Bolivia lleva su nombre en nuestros días. Este prócer de la cultura nacional creía que los indios son asnos, que generan mulos cuando se cruzan con la raza blanca. Él había pesado el cerebro indígena y el cerebro mestizo, que según su balanza pesaban entre cinco, siete y diez onzas menos que el cerebro de raza blanca, y por tanto los consideraba celularmente incapaces de concebir la libertad republicana.

El peruano Ricardo Palma, contemporáneo y colega de Gabriel René-Moreno, escribió que los indios son una raza abyecta y degenerada. Y el argentino Domingo Faustino Sarmiento elogiaba así la larga lucha de los indios araucanos por su libertad: Son más indómitos, lo que quiere decir: animales más reacios, menos aptos para la Civilización y la asimilación europea.

El más feroz racismo de la historia latinoamericana se encuentra en las palabras de los intelectuales más célebres y celebrados de fines del siglo diecinueve y en los actos de los políticos liberales que fundaron el Estado moderno. A veces, ellos eran indios de origen, como Porfirio Díaz, autor de la modernización capitalista de México, que prohibió a los indios caminar por las calles principales y sentarse en las plazas públicas si no cambiaban los calzones de algodón por el pantalón europeo y los huaraches por zapatos.

Eran los tiempos de la articulación al mercado mundial regido por el Imperio Británico, y el desprecio científico por los indios otorgaba impunidad al robo de sus tierras y de sus brazos.

El mercado exigía café, pongamos el caso, y el café exigía más tierras y más brazos. Entonces, pongamos por caso, el presidente liberal de Guatemala, Justo Rufino Barrios, hombre de progreso, restablecía el trabajo forzado de la época colonial y regalaba a sus amigos tierras de indios y peones indios en cantidad.

 

***

El racismo se expresa con más ciega ferocidad en países como Guatemala, donde los indios siguen siendo porfiada mayoría a pesar de las frecuentes oleadas exterminadoras.

En nuestros días, no hay mano de obra peor pagada: los indios mayas reciben 65 centavos de dólar por cortar un quintal de café o de algodón o una tonelada de caña. Los indios no pueden ni plantar maíz sin permiso militar y no pueden moverse sin permiso de trabajo. El ejército organiza el reclutamiento masivo de brazos para las siembras y cosechas de exportación. En las plantaciones, se usan pesticidas cincuenta veces más tóxicos que el máximo tolerable; la leche de las madres es la más contaminada del mundo occidental. Rigoberta Menchú: su hermano menor, Felipe, y su mejor amiga, María, murieron en la infancia, por causa de los pesticidas rociados desde las avionetas. Felipe murió trabajando en el café. María, en el algodón. A machete y bala, el ejército acabó después con todo el resto de la familia de Rigoberta y con todos los demás miembros de su comunidad. Ella sobrevivió para contarlo.

Con alegre impunidad, se reconoce oficialmente que han sido borradas del mapa 440 aldeas indígenas entre 1981 y 1983, a lo largo de una campaña de aniquilación más extensa, que asesinó o desapareció a muchos miles de hombres y de mujeres. La limpieza de la sierra, plan de tierra arrasada, cobró también las vidas de una incontable cantidad de niños. Los militares guatemaltecos tienen la certeza de que el vicio de la rebelión se transmite por los genes.

Una raza inferior, condenada al vicio y a la holgazanería, incapaz de orden y progreso, ¿merece mejor suerte? La violencia institucional, el terrorismo de Estado, se ocupa de despejar las dudas. Los conquistadores ya no usan caparazones de hierro, sino que visten uniformes de la guerra de Vietnam. Y no tienen piel blanca: son mestizos avergonzados de su sangre o indios enrolados a la fuerza y obligados a cometer crímenes que los suicidan. Guatemala desprecia a los indios, Guatemala se autodesprecia.

Esta raza inferior había descubierto la cifra cero, mil años antes de que los matemáticos europeos supieran que existía. Y habían conocido la edad del universo, con asombrosa precisión, mil años antes que los astrónomos de nuestro tiempo.

Los mayas siguen siendo viajeros del tiempo: ¿Qué es un hombre en el camino? Tiempo.

Ellos ignoraban que el tiempo es dinero, como nos reveló Henry Ford. El tiempo, fundador del espacio, les parece sagrado, como sagrados son su hija, la tierra, y su hijo, el ser humano: como la tierra, como la gente, el tiempo no se puede comprar ni vender. La Civilización sigue haciendo lo posible por sacarlos del error.

 

***

¿Civilización? La historia cambia según la voz que la cuenta. En América, en Europa o en cualquier otra parte. Lo que para los romanos fue la invasión de los bárbaros, para los alemanes fue la emigración al sur.

No es la voz de los indios la que ha contado, hasta ahora, la historia de América. En las vísperas de la conquista española, un profeta maya, que fue boca de los dioses, había anunciado: Al terminar la codicia, se desatará la cara, se desatarán las manos, se desatarán los pies del mundo. Y cuando se desate la boca, ¿qué dirá? ¿Qué dirá la otra voz, la jamás escuchada? Desde el punto de vista de los vencedores, que hasta ahora ha sido el punto de vista único, las costumbres de los indios han confirmado siempre su posesión demoníaca o su inferioridad biológica. Así fue desde los primeros tiempos de la vida colonial:

¿Se suicidan los indios de las islas del mar Caribe, por negarse al trabajo esclavo? Porque son holgazanes.

¿Andan desnudos, como si todo el cuerpo fuera cara? Porque los salvajes no tienen vergüenza.

¿Ignoran el derecho de propiedad, y comparten todo, y carecen de afán de riqueza? Porque son más parientes del mono que del hombre.

¿Se bañan con sospechosa frecuencia? Porque se parecen a los herejes de la secta de Mahoma, que bien arden en los fuegos de la Inquisición.

¿Jamás golpean a los niños, y los dejan andar libres? Porque son incapaces de castigo ni doctrina.

¿Creen en los sueños, y obedecen a sus voces? Por influencia de Satán o por pura estupidez.

¿Comen cuando tienen hambre, y no cuando es hora de comer? Porque son incapaces de dominar sus instintos.

¿Aman cuando sienten deseo? Porque el demonio los induce a repetir el pecado original.

¿Es libre la homosexualidad? ¿La virginidad no tiene importancia alguna? Porque viven en la antesala del infierno.

 

***

En 1523, el cacique Nicaragua preguntó a los conquistadores:

-Y al rey de ustedes, ¿quién lo eligió?

El cacique había sido elegido por los ancianos de las comunidades. ¿Había sido el rey de Castilla elegido por los ancianos de sus comunidades? La América precolombina era vasta y diversa, y contenía modos de democracia que Europa no supo ver, y que el mundo ignora todavía. Reducir la realidad indígena americana al despotismo de los emperadores incas, o a las prácticas sanguinarias de la dinastía azteca, equivale a reducir la realidad de la Europa renacentista a la tiranía de sus monarcas o a las siniestras ceremonias de la Inquisición.

En la tradición guaraní, por ejemplo, los caciques se eligen en asambleas de hombres y mujeres -y las asambleas los destituyen si no cumplen el mandato colectivo. En la tradición iroquesa, hombres y mujeres gobiernan en pie de igualdad. Los jefes son hombres; pero son las mujeres quienes los ponen y deponen y ellas tienen poder de decisión, desde el Consejo de Matronas, sobre muchos asuntos fundamentales de la confederación entera. Allá por el año 1600, cuando los hombres iroqueses se lanzaron a guerrear por su cuenta, las mujeres hicieron huelga de amores. Y al poco tiempo los hombres, obligados a dormir solos, se sometieron al gobierno compartido.

 

***

En 1919, el jefe militar de Panamá en las islas de San Blas, anunció su triunfo:

-Las indias kunas ya no vestirán molas, sino vestidos civilizados.

Y anunció que las indias nunca se pintarían la nariz sino las mejillas, como debe ser, y que nunca más llevarían aros en la nariz, sino en las orejas. Como debe ser.

Setenta años después de aquel canto de gallo, las indias kunas de nuestros días siguen luciendo sus aros de oro en la nariz pintada, y siguen vistiendo sus molas, hechas de muchas telas de colores que se cruzan con siempre asombrosa capacidad de imaginación y de belleza: visten sus molas en la vida y con ella se hunden en la tierra, cuando llega la muerte.

En 1989, en vísperas de la invasión norteamericana, el general Manuel Noriega aseguró que Panamá era un país respetuoso de los derechos humanos:

-No somos una tribu -aseguró el general.

 

***

Las técnicas arcaicas, en manos de las comunidades, habían hecho fértiles los desiertos en la cordillera de los Andes. Las tecnologías modernas, en manos del latifundio privado de exportación, están convirtiendo en desiertos las tierras fértiles en los Andes y en todas partes.

Resultaría absurdo retroceder cinco siglos en las técnicas de producción; pero no menos absurdo es ignorar las catástrofes de un sistema que exprime a los hombre y arrasa los bosques y viola la tierra y envenena los ríos para arrancar la mayor ganancia en el plazo menos. ¿No es absurdo sacrificar a la naturaleza y a la gente en los altares del mercado internacional? En ese absurdo vivimos; y lo aceptamos como si fuera nuestro único destino posible.

Las llamadas culturas primitivas resultan todavía peligrosas porque no han perdido el sentido común. Sentido común es también, por extensión natural, sentido comunitarios. Si pertenece a todos el aire, ¿por qué ha de tener dueño la tierra? Si desde la tierra venimos, y hacia la tierra vamos, ¿acaso no nos mata cualquier crimen que contra la tierra se comete? La tierra es cuna y sepultura, madre y compañera. Se le ofrece el primer trago y el primer bocado; se le da descanso, se la protege de la erosión.

Es sistema desprecia lo que ignora, porque ignora lo que teme conocer. El racismo es también una máscara del miedo.

¿Qué sabemos de las culturas indígenas? Lo que nos han contado las películas del Fas West. Y de las culturas africanas, ¿qué sabemos? Lo que nos ha contado el profesor Tarzán, que nunca estuvo.

Dice un poeta del interior de Bahía: Primero me robaron del África. Después robaron el África de mi.

La memoria de América ha sido mutilada por el racismo. Seguimos actuando como si fuéramos hijos de Europa, y de nadie más.

 

***

A fines del siglo pasado, un médico inglés, John Down, identificó el síndrome que hoy lleva su nombre. Él creyó que la alteración de los cromosomas implicaba un regreso a las razas inferiores, que generaba mongolian idiots, negroid idiots y aztec idiots.

 

Simultáneamente, un médico italiano, Cesare Lombrosos, atribuyó al criminal nato los rasgos físicos de los negros y de los indios.

Por entonces, cobró base científica la sospecha de que los indios y los negros son proclives, por naturaleza, al crimen y a la debilidad mental. Los indios y los negros, tradicionales instrumentos de trabajo, vienen siendo también desde entonces, objetos de ciencia.

En la misma época de Lombroso y Down, un médico brasileño, Raimundo Nina Rodrigues, se puso a estudiar el problema negro. Nina Rodrigues, que era mulato, llegó a la conclusión de que la mezcla de sangres perpetúa los caracteres de las razas inferiores, y que por tanto la raza negra en el Brasil ha de constituir siempre uno de los factores de nuestra inferioridad como pueblo. Este médico psiquiatra fue el primer investigador de la cultura brasileña de origen africano. La estudió como caso clínico: las religiones negras, como patología; los trances, como manifestaciones de histeria.

Poco después, un médico argentino, el socialista José Ingenieros, escribió que los negros, oprobiosa escoria de la raza humana, están más próximos de los monos antropoides que de los blancos civilizados. Y para demostrar su irremediable inferioridad, Ingenieros comprobaba: Los negros no tienen ideas religiosas.

En realidad, las ideas religiosas habían atravesado la mar, junto a los esclavos, en los navíos negreros. Una prueba de obstinación de la dignidad humana: a las costas americanas solamente llegaron los dioses del amor y de la guerra. En cambio, los dioses de la fecundidad, que hubieran multiplicado las cosechas y los esclavos del amo, se cayeron al agua.

Los dioses peleones y enamorados que completaron la travesía, tuvieron que disfrazarse de santos blancos, para sobrevivir y ayudar a sobrevivir a los millones de hombres y mujeres violentamente arrancados del África y vendidos como cosas. Ogum, dios del hierro, se hizo pasar por san Jorge o san Antonio o san Miguel, Shangó, con todos sus truenos y sus fuegos, se convirtió en santa Bárbara. Obatalá fue Jesucristo y Oshún, la divinidad de las aguas dulces, fue la Virgen de la Candelaria...

Dioses prohibidos. En las colonias españolas y portuguesas y en todas las demás: en las islas inglesas del Caribe, después de la abolición de la esclavitud se siguió prohibiendo tocar tambores o sonar vientos al modo africano, y se siguió penando con cárcel la simple tenencia de una imagen de cualquier dios africano. Dioses prohibidos, porque peligrosamente exaltan las pasiones humanas, y en ellas encarnan. Friedrich Nietzsche dijo una vez:

-Yo sólo podría creer en un dios que sepa danzar.

Como José Ingenieros, Nietzsche no conocía a los dioses africanos. Si los hubiera conocido, quizá hubiera creído en ellos. Y quizá hubiera cambiado algunas de sus ideas. José Ingenieros, quién sabe.

 

***

La piel oscura delata incorregibles defectos de fábrica. Así, la tremenda desigualdad social, que es también racial, encuentra su coartada en las taras hereditarias.Lo había observado Humboldt hace doscientos años, y en toda América sigue siendo así: la pirámide de las clases sociales es oscura en la base y clara en la cúspide. En el Brasil, por ejemplo, la democracia racial consiste en que los más blancos están arriba y los más negros abajo. James Baldwin, sobre los negros en Estados Unidos:

-Cuando dejamos Mississipi y vinimos al Norte, no encontramos la libertad.

Encontramos los peores lugares en el mercado de trabajo; y en ellos estamos todavía.

 

***

Un indio del Norte argentino, Asunción Ontíveros Yulquila, evoca hoy el trauma que marcó su infancia:

-Las personas buenas y lindas eran las que se parecían a Jesús y a la Virgen.

Pero mi padre y mi madre no se parecían para nada a las imágenes de Jesús y la Virgen María que yo veía en la iglesia de Abra Pampa.

La cara propia es un error de la naturaleza. La cultura propia, una prueba de ignorancia o una culpa que expiar. Civilizar es corregir.

 

***

El fatalismo biológico, estigma de las razas inferiores congénitamente condenadas a la indolencia y a la violencia y a la miseria, no sólo nos impide ver las causas reales de nuestra desventura histórica. Además, el racismo nos impide conocer, o reconocer, ciertos valores fundamentales que las culturas despreciadas han podido milagrosamente perpetuar y que en ellas encarnan todavía, mal que bien, a pesar de los siglos de persecución, humillación y degradación. Esos valores fundamentales no son objetos de museo. Son factores de historia, imprescindibles para nuestra imprescindible invención de una América sin mandones ni mandados. Esos valores acusan al sistema que los niega.

 

***

Hace algún tiempo, el sacerdote español Ignacio Ellacuría me dijo que le resultaba absurdo eso del Descubrimiento de América. El opresor es incapaz de descubrir, me dijo:

-Es el oprimido el que descubre al opresor.

Él creía que el opresor ni siquiera puede descubrirse a sí mismo. La verdadera realidad del opresor sólo se puede ver desde el oprimido.

Ignacio Ellacuría fue acribillado a balazos, por creer en esa imperdonable capacidad de revelación y por compartir los riesgos de la fe en su poder de profecía.

¿Lo asesinaron los militares de El Salvador, o lo asesinó un sistema que no puede tolerar la mirada que lo delata?

Por lobitogabriel - 26 de Octubre, 2007, 9:22, Categoría: lecturas
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